Benvenuti su questo Blog

Ovviamente non crediamo ai miti pagani o di altra natura. Ma bisogna tenere in gran conto il significato profondo di alcuni miti. Okeanos è quanto mai significativo. I visitatori della Fontana di trevi a Roma conoscono il mito di Okeanos?

Antonio Pileggi
Presidente di Okeanos

domenica, novembre 20, 2011

Diritti dell'infanzia. In evidenza la Convenzione di New York del 20 novembre 1989


La Convenzione di New York del 20 novembre 1989 è lo strumento normativo internazionale più importante e completo in materia di promozione e tutela dei
diritti dell'infanzia. Comprende anche i diritti e le libertà attribuiti agli adulti
(diritti civili, politici, sociali, economici, culturali).
E' vincolante per gli Stati che la ratificano e offre un quadro di riferimento
normativo nel quale sono confluite tutte le indicazioni maturate in
cinquant'anni di sempre difficile difesa dei diritti dei bambini.
E' stata approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre
del 1989 a New York ed è entrata in vigore il 2 settembre 1990.
L'Italia ha ratificato la Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n. 176.
Obbliga gli Stati che l'hanno ratificata a uniformare le norme di diritto interno a
quelle della Convenzione e ad attuare tutti i provvedimenti necessari ad
assistere i genitori e le istituzioni nell'adempimento dei loro obblighi
nei confronti dei minori.
La Convenzione sollecita i Governi ad impegnarsi per rendere i diritti in essa
enunciati prioritari e per assicurarli nella misura massima consentita dalle
risorse disponibili.
*******
Alla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia si accompagnano due Protocolli opzionali
che l'Italia ha ratificato il 9/5/2002 con legge n. 46.

sabato, novembre 19, 2011

Il Governo Monti e i Partiti

Il Governo presieduto dal sen. Mario Monti ha molte “particolarità” rispetto a tutti i Governi che lo hanno preceduto nella storia della Repubblica italiana. Sarebbe troppo lungo evidenziarle tutte anche perché molteplici e complessi sono gli aspetti che devono essere analizzati, dalle situazioni economiche, politiche e istituzionali, che hanno dato origine all’investitura di questo Esecutivo, agli aspetti strutturali e funzionali, che sono stati decisi col sostegno di una larghissima maggioranza del Parlamento. Una maggioranza che non può essere definita alla stregua delle passate denominazioni caratterizzate da tentativi, più o meno riusciti, di aggregazione, nell’esperienza governativa, di forze politiche diverse (solidarietà nazionale, pentapartito, compromesso storico, convergenze parallele e via dicendo).
Sta di fatto che in questi giorni si è realizzata una forma di “unità nazionale” decisa, sia pure con diversa intensità e con differenti (ma convergenti) motivazioni, da quasi tutte le formazioni politiche rappresentate in Parlamento.
Invero Monti, nella relazione programmatica con la quale chiede la fiducia delle Camere, parla di “impegno nazionale”. Si può desumere, al riguardo, che con tale definizione vuole anche coniare una motivazione compatibile con le molteplici e diverse identità delle diverse formazioni politiche che intendono riconoscersi nella maggioranza.
Pertanto, risulta appropriata la definizione “impegno nazionale” per qualificare sia la fase che ha presieduto il processo di formazione del Governo e sia quella che sarà la successiva azione politico-amministrativa del nuovo Esecutivo.
Sotto gli aspetti strutturali, quello che caratterizza questo Esecutivo, è l’elevata competenza tecnica e l’indiscutibile sobrietà dei singoli ministri “chiamati” a guidare i dicasteri nonché la provenienza degli stessi ministri, nessuno dei quali appartiene organicamente ai Partiti che hanno deciso di sostenere il Governo.
Sotto il profilo funzionale è stata concretamente messa in atto la netta distinzione tra ruolo e compito del Governo e ruolo del Parlamento e, inoltre, è stata realizzata, nei fatti, l’incompatibilità tra incarichi di partito e incarico nelle istituzioni.
In effetti è la prima volta che ciò accade in questi termini così peculiari fin dalla fase dell’investitura (cioè fin dalla “chiamata” al ruolo di Ministro e di Primo ministro). Ma attenzione a non dimenticare la buona e saggia prassi, vigente fino agli anni ’80 del secolo scorso, secondo cui chiunque fosse stato chiamato a svolgere un incarico governativo aveva l’obbligo, sancito nelle regole interne ai Partiti, di dimettersi immediatamente dagli incarichi di partito allo scopo di rendere visibile e concreta la incompatibilità tra il ruolo da svolgere nell’interesse generale del Paese e il ruolo, di parte, nel Partito di provenienza.
Si diceva, in una stagione molto lontana, che non si potesse stare contemporaneamente a Piazza del Gesù e a Palazzo Chigi. Questa saggia prassi fu abbandonata da capi partito allo scopo dichiarato di conquistare più potere decisionale e personale (lo chiamavano e lo chiamano decisionismo). E, in pratica, abbiamo visto tantissimi dirigenti di partito mantenere gli incarichi di partito e gli incarichi nelle istituzioni mettendo in atto così una vera e propria occupazione dei Palazzi del Potere da parte dei Partiti.
A ciò si è aggiunto il selvaggio spoil system all’italiana che consente la nomina di dirigenti non in base al merito e alla competenza; che mina alle radici il principio del buon andamento e della imparzialità della Pubblica Amministrazione; che costringe i pubblici funzionari ad un ruolo ancillare nei confronti di chi spesso ha manifestato essere dotato di scarsissimo senso dello Stato.
I Partiti che ora sostengono il Governo di “impegno nazionale” si sono fatti carico di rinunciare allo svolgimento di incarichi governativi accedendo, di fatto, alla incompatibilità tra incarico di partito e incarico governativo. E’ una situazione di fatto.
Certamente altro è rinunciare agli incarichi di partito dopo una nomina, altra è la situazione attuale del tutto eccezionale perché i Partiti hanno accettato di chiamarsi fuori nella costituzione della compagine governativa. E’ una situazione del tutto eccezionale determinata da diversi fattori. E’ una situazione eccezionale che ha messo un freno ai Partiti sebbene abbiano pieno titolo a selezionare e a formare la classe dirigente ai sensi dell’art. 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.)”
E’ appena il caso di precisare che i Partiti, pur non avendo loro rappresentanti nel Governo, hanno conservato intatti il loro ruolo e i loro poteri atteso che non è venuto meno in alcun modo il loro primato e il primato della politica esercitati attraverso gli intangibili poteri di indirizzo e di controllo della funzione legislativa esercitata dal Parlamento.
Roma 18.11.2011
Antonio Pileggi

ARTICOLO PUBBLICATO SU RIVOLUZIONE LIBERALE

Scuola e Partiti

Stiamo attraversando un periodo caratterizzato da una politica di tagli alle risorse economiche destinate alla scuola, alla ricerca e alla cultura. Sono tagli che segnano una vera e propria inversione di tendenza rispetto al passato e che finiscono inevitabilmente con l’incidere sulla costruzione del futuro del nostro Paese. D’altra parte si constata l’esistenza di una diffusa volontà, in ambito politico, diretta a “tagliare” i ponti col passato allo scopo evidente di far dimenticare idee ed esperienze culturali caratterizzanti il sistema scolastico italiano per come si è sviluppato dall’unità in poi. Peraltro, in presenza di tagli di risorse e di memoria storica, nell’ultimo quindicennio è stata praticata la politica degli annunci di riforme che sono state oggetto prima di approvazione e poi di modifiche a seconda delle maggioranze uscite vittoriose nelle diverse competizioni elettorali condotte all’insegna del bipolarismo all’italiana.
La scuola, fin dalla nascita dell’unità dell’Italia, è stata sempre protagonista di un graduale sviluppo ed è stata destinataria di interventi (sempre in aumento quanto a risorse economiche investite) che sono stati fondamentali per assicurare lo sviluppo del nostro Paese. Nel secolo scorso si è addirittura verificato il fenomeno della così detta “espansione scolastica” con significativi investimenti nel campo del “diritto alla studio” che hanno fatto registrare complessivamente risultati più che positivi se si considera che il nostro Paese è diventato uno dei più avanzati sia sul versante economico che sul piano culturale e sociale.
Guarda caso, le due anomalie del fascismo e del berlusconismo hanno coinciso con il fenomeno dell’impoverimento della scuola e della cultura. Un impoverimento che si sta accompagnando anche ad una grande crisi del sistema politico, economico e istituzionale dell’Italia.
Non è azzardato sostenere che la presenza di Partiti a grande tradizione culturale coincide e assicura la creazione di quei fermenti e di quei confronti fra diverse scuole di pensiero che sono indispensabili a promuovere la crescita della scuola e, di conseguenza, la crescita sociale, economica e politica di un Paese.
Gli attuali Partiti, nati quasi tutti di recente attraverso un processo di “scomposizione” di antiche formazioni politiche, hanno un grado di attenzione ai problemi della scuola che risente della “polverizzazione” delle varie scuole di pensiero (laiche, cattoliche, marxiste e socialiste) presenti in tutti i Partiti del secondo dopoguerra. Appare del tutto appropriato parlare di “polverizzazione” e non di “sedimentazione” delle pregresse esperienze culturali perché i cambiamenti intervenuti nelle organizzazioni politiche sono stati repentini e spesso sconvolgenti.
Sta di fatto che la nascita di nuovi partiti sotto diverse insegne e simboli, ha fatto perdere per strada il portato della cultura maturata attraverso il dialogo e il confronto fra le diverse scuole di pensiero presenti in Italia prima e dopo la nascita della Repubblica. Ciò accade anche perché il bipolarismo all’italiana della così detta seconda Repubblica e i sistemi elettorali, che hanno favorito la “personalizzazione” della politica e il metodo della cooptazione della classe dirigente, hanno dato il via libera all’identificazione del Partito con il leadear del momento. Non è un caso che l’Italia fa registrare il singolare fenomeno dei partiti personali che addirittura prendono il nome e cognome dal capo del partito che ne diventa il padrone. Il più giovane partito è quello che starebbe per nascere sotto un nome irripetibile ad opera di chi di partiti, nell’ultimo ventennio, ne ha fondati due, Forza Italia e PDL, ricorrendo anche all’improvvisazione che ha visto fondare la formazione politica più comunemente conosciuta come “partito del predellino”.
Il più antico dei grossi Partiti presenti nel Parlamento italiano, la Lega, ha rivendicato, fin dalla sua nascita, la distruzione del sistema scolastico italiano con le sue “energiche” richieste di abolizione dei Provveditorati agli Studi, istituiti fin dalla Legge Casati del 1859, e con le altre iniziative caratterizzate da una distorta e fuorviante concezione dell’autonomia delle scuole, iniziative delle quali l’esperienza della Scuola di Adro ne è il simbolo più vistoso.
Ad onor del vero, nei Sindacati e in alcune associazioni permane la memoria storica delle politiche educative e dei processi di cambiamento intervenuti nella scuola. Ma il punto di osservazione sindacale resta ancorato agli aspetti necessariamente corporativi e, quindi, riguarda una delle parti coinvolte all’interno della Comunità scolastica che è invece molto ricca e variegata e comprende molteplici interessi e molteplici soggetti (componente studentesca, genitori, docenti, personale scolastico non docente, enti locali, realtà economico-produttive presenti nel territorio, etc).
E’ stato sempre ed è compito essenziale dei Partiti fare la sintesi fra i diversi “interessi” coinvolti nella comunità scolastica. Ma molti Partiti che affrontano i temi della scuola sono troppo “giovani”. E qualche volta i giovani incorrono negli errori tipici di chi scalcia per farsi largo e di chi fa il deserto per emergere e distinguersi alla stregua dei costruttori di soffitte che pretendono di essere indifferenti al numero dei piani dell’edificio sottostante alla soffitta da costruire.
Nella cultura (e nell’edificio) dei Liberali italiani, è sempre vivo il ricordo del pensiero e dell’opera dei tanti Ministri “chiamati” a dirigere il Dicastero del Palazzo della Minerva. Sarebbe lungo l’elenco da citare (e non c’è solamente Benedetto Croce), ecco perché è bene ricordare l’ultimo liberale, Salvatore Valitutti, che assolse il compito di Ministro della Pubblica Istruzione nella prima Repubblica e dopo che si era alzato il vento degli eventi del ’68.
Avere un vivo ricordo del pensiero e delle opere di Valitutti è molto importante non solo per la scuola, ma anche per il vasto mondo della politica.
Valitutti è stato un Uomo dotato di un grandissimo spessore culturale e, prima di essere “chiamato” a svolgere il compito di Ministro al Palazzo della Minerva di Viale Trastevere, aveva maturato una ricca esperienza in materia scolastica tanto è vero che era stato anche un “burocrate” della scuola. Da Provveditore agli Studi, da docente universitario e col suo impegno politico e culturale aveva ed ha dimostrato in vario modo quanto fossero importanti le idee dei liberali nella società italiana.
L’attualità e l’importanza del suo pensiero emerge con chiarezza e in modo significativo quando rileggiamo i suoi scritti:
“… Noi oggi sentiamo il bisogno di restituire la scuola a se stessa e perciò di restituirla alla cultura, all’autonoma e viva cultura. La nostra Costituzione nell’art. 33 dice solennemente: l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. Per restituire la scuola a se stessa dobbiamo, per l’appunto, farne la sede del magistero dell’arte e della scienza, indispensabili per la formazione dei giovani ad uomini veramente liberi, cioè capaci di vivere e di operare nel mondo della libertà che è il mondo dello spirito creatore.” … “Abbiamo bisogno della filosofia, della storia, della matematica, della fisica, della chimica e delle altre forme della cultura artistica. Forse dobbiamo rinunciare a questo ricco e nutriente patrimonio per nutrirci solo del cinematografo della radiotelevisione e del giornalismo? Certamente no!”.
La scuola per costruire il futuro - La cultura, quando è ampiamente diffusa, alza il livello di conoscenza e di formazione del cittadino, alza il livello della società e disegna il futuro di un Paese. La scuola non può che essere pensata come “investimento” produttivo di risorse umane che siano in grado di affrontare i molteplici e complessi temi della modernità. E’ nella scuola che si può dare l’avvio alla costituzione di quel “capitale umano” che può e deve svolgere un ruolo attivo nei vari campi in cui si articolano e si esplicano sia la convivenza (e la coesione) sociale che lo sviluppo considerati in senso etico, politico, scientifico, tecnologico, economico ed ambientale.
Per sommi capi e nella tradizione del pensiero più autenticamente liberale, si possono indicare, sia pure non in modo esaustivo, almeno dieci priorità da tenere presente:
Studente da considerare come persona umana al centro degli interessi primari della Comunità scolastica e della Comunità sociale;
Dialogo educativo docente-studente da valorizzare e supportare, ancorché in presenza dei nuovi codici di apprendimento che le innovazioni tecnologiche e la modernità delle politiche educative consentono di introdurre, al duplice scopo di alzare il livello della qualità del servizio scolastico e di riconoscere la fondamentale importanza della funzione docente (la riconsiderazione della funzione docente dovrebbe avere idonei rinascimenti anche dal punto di vista retributivo);
Aggiornamento e approfondimenti continui di tutti coloro che sono coinvolti nei processi formativi;
Rapporto scuola-università finalizzato alla formazione iniziale e in servizio dei docenti, al potenziamento della ricerca educativa e dell’orientamento;
Trasparenza e partecipazione nelle strategie educative e formative della componente genitoriale e degli Enti locali;
Autonomia delle istituzioni scolastiche da riconoscere e attuare attraverso una seria cultura dei controlli, della valutazione e, soprattutto, attraverso l’affermazione dell’etica della responsabilità;
Riconsiderazione o abolizione del valore legale dei titoli di studio;
Istruzione permanente e ricorrente secondo i canoni e le esperienze che vengono indicate dall’Europa;
Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) come elementi essenziali dell’architettura formativa in tutto il territorio nazionale per come previsto dalla Costituzione;
Promozione del merito e del successo formativo, nonché diritto allo studio da potenziare sia per combattere adeguatamente il fenomeno della dispersione scolastica che per assicurare ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi nel pieno rispetto del dettato costituzionale.
Roma 11 Novembre 2011
Antonio Pileggi

ARTICOLO PUBBLICATO SU RIVOLUZIONE LIBERALE
ECCO DUE COMMENTI
1. Luciano Corradini scrive:
12 novembre 2011 alle 09:54
Ricordo anch’io Valitutti come amabile persona di cultura e scuola. In persone come lui il liberalismo non è stato più identificabile con la cultura aristocratica, illuministica e relativistica, ma come componente indispensabile del patto costituzionale, Cari saluti.

2. Raimondo Bolletta scrive:
14 novembre 2011 alle 12:10
La tesi di Pileggi è certamente interessante: il sedimentato culturale dei nuovi partiti della seconda Repubblica è così esiguo e povero che questi non riescono ad ispirare positivamente la crescita della scuola italiana. Cita, come fosse un fenomeno carsico, la concezione liberale del sistema educativo che variamente è emersa nel dibattito sulla scuola e la riprende evocandone la ricchezza e la disponibilità in un momento di passaggio certamente grave e difficile. Penso però che il vero problema del rapporto tra partiti e scuola sia legato al fatto che il sistema dell’alternanza bipolare, diventato in realtà un regime mediatico populista di una società decadente impaurita dal futuro incerto, presupporrebbe che la scuola fosse trattata come la Costituzione, un affare da trattare con un’ottica bypartisan per cui il ministro successivo (anche della stessa parte) non smonti quello che ha fatto il precedente. Questo, a mio avviso, ha avvilito gli interventi riformatori della scuola facendone prevalere gli aspetti superficiali e contingenti rispetto a quelli di lunga prospettiva e di identità culturale. Il momento economico è grave ma proprio il commissariamento MONTI potrebbe consentire ai partiti, presenti in Parlamento, un approccio più unitario ai problemi della scuola legato a una prospettiva condivisa a fondamento di una identità nazionale culturalmente forte.

venerdì, novembre 11, 2011

Mario Monti senatore a vita

Testimonianza. Durante i sette anni in cui ho frequentato, per ragioni di lavoro, gli ambienti Ue di Bruxelles, Mario Monti era citato e indicato come stimatissima Persona tenuta in grande considerazione da parte di alti esponenti dell’establishment europeo.
Antonio Pileggi